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La penetrazione della dialisi peritoneale in Italia è da qualche anno stazionaria al 10%, nonostante la sopravvivenza dei pazienti sia sovrapponibile a quella dei pazienti in ED almeno entro i primi anni di trattamento.
Nonostante l’incidenza annua di nuovi pazienti avviati alla DP sia superiore al 15%, il numero dei pazienti prevalenti non aumenta perché il drop out della metodica è ancora elevato. Tale problema è verosimilmente secondario, oltre alla tipologia del trattamento stesso, anche alla mancanza spesso di personale dedicato nel team nefrologico, alla scarsa esperienza di quello utilizzato ed alla frequente selezione negativa del paziente. Inoltre la metodica, per differenze logistiche e culturali, non è ancora omogeneamente utilizzata in tutti i Centri Dialisi e pertanto l’alta disomogeneità del numero dei pazienti trattati nelle varie regioni e tra i vari Centri della stessa regione comporta risultati clinici molto variabili che non sempre danno ragione dell’efficacia e dell’utilità della metodica.
Per una maggiore diffusione della metodica sarebbe pertanto necessario uniformare le modalità di approccio alla gestione del paziente avviato alla dialisi peritoneale attraverso la condivisione di un processo integrato che identifichi i tre elementi come la struttura, il processo e l’esito che sono alla base del processo di qualità delle prestazioni mediche.
La valutazione della qualità ed efficacia degli interventi è peraltro una tappa molto importante nel processo di promozione della dialisi peritoneale e pertanto ogni sforzo teso a misurare il livello di qualità raggiunto è utile per confrontare i risultati tra i vari centri, definire le criticità, concordare sulle soluzioni cliniche e quindi raggiungere livelli di outcomes omogenei in un processo condiviso di crescita della qualità delle prestazioni in dialisi peritoneale.
È pertanto auspicabile che nel corso del Convegno si affronti il problema della definizione di standard di qualità del trattamento con l’introduzione di indicatori che altro non sono che specificazioni dei criteri, informazioni che rendono cioè misurabili in modo semplice e riproducibile i risultati ottenuti per una migliore efficacia e pertanto maggiore diffusione della metodica.
Non posso che condividere l’importanza di definire gli standard di qualità in DP.
La nostra proposta di criteri, indicatori e standard di struttura processo ed esito era stata presentata già al convegno di DP di Chianciano. Mi pare fosse il 1997 e forse era troppo presto. Lo stesso lavoro è stato poi presentato al Congresso Nazionale di VRQ, premiato con il 2° premio qualità e pubblicato su QA (Clinical Audit nell’assistenza ai pazienti in dialisi peritoneale: uno strumento ordinario di lavoro. QA Vol 9 n° 2, 1998 pag 55-6.). Negli anni successivi questi temi sono stati assorbiti nel discorso Accreditamento (prevalentemente istituzionale) e ridotti a pochi indicatori di struttura e processo. Come osserva l’amico Corciulo, alla definizione degli standard di esito non si è mai arrivati. Diversamente da lui, però, credo che questi ultimi non servano ad aumentare la diffusione della tecnica né a confrontare i risultati tra i vari centri (anche i Centri “Grandi” sono troppo piccoli per questo). Credo invece che oggi sia fattibile e doveroso mettere insieme tutte le misurazioni degli esiti di cui disponiamo (censimento, registro, audit) per ricavare le informazioni necessarie a fissare degli standard (anche di esito) condivisi; attivare poi la raccolta sistematica (non retrospettiva) dei dati e, localmente, gli strumenti di miglioramento di volta in volta più idonei. Oggi tutto questo si chiama Clinical governance?
Potremmo intitolare così una sessione del Convegno di Bari che ci porti dai dati epidemiologici alla pratica assistenziale delle nostre unità operative.