Per esprimere un tuo commento e/o voto fai il login con il tuo nome utente e password. Se non sei ancora registrato clicca qui.
La decisione d’iniziare la dialisi in pazienti con insufficienza renale cronica (IRC) è un problema molto dibattuto e che comporta la considerazione di sintomi e parametri laboratoristici da parte del nefrologo ed aspetti soggettivi da parte del paziente per la sua qualità di vita futura e per l’ansia che ne deriva per l’avvio di una nuova complessa terapia. Tale decisione è peraltro sempre da concordare.
In particolare le linee guida del NKF-DOQI hanno affrontato il problema dei livelli di clearance delle piccole molecole per individuare il momento dell’avvio al trattamento dialitico. Tali linee guida raccomandano che il paziente dovrebbe essere avviato ad una forma di trattamento dialitico quando il KT/V urea settimanale è inferiore a 2. Le condizioni cliniche come l’assenza di edema periferico, una concentrazione di albumina entro i limiti della norma, un PNA (protein nitrogen appearance) maggiore di 0,8 g/Kg/die e l’assenza di sintomi di uremia, quando presenti contemporaneamente nello stesso paziente, potrebbero non indicare ancora l’inizio del trattamento dialitico anche con valori di KT/V urea <2.
Le linee guida del NKF-DOQI raccomandano quando iniziare il trattamento ma non la modalità. In realtà non danno indicazioni se iniziare con un trattamento “full dose” sia per la dialisi peritoneale (DP) che per l’emodialisi (ED), ignorando la FRR, oppure applicando il concetto di incrementare gradualmente la dose dialitica somministrata con il fine di raggiungere e mantenere sempre i livelli minimi, comprensivi di FRR e dose dialitica, del KT/Vurea. Questa definizione di “dialisi incrementale”, espressa da Golper T.A. nel 1998 prevede che il paziente venga sottoposto a schemi terapeutici tali che la somma della dose dialitica somministrata e della FRR dia un KT/V urea > 2.
L’utilizzo sempre più diffuso della dialisi peritoneale come metodica complementare nella terapia dell’uremia cronica terminale ha spinto i nefrologi a considerare tale metodica come più idonea, rispetto all’emodialisi, ad adattarsi ad un trattamento dialitico precoce e di tipo incrementale in quanto continua e pertanto più simile alla funzione depurativa renale, che non induce variazioni alterne dei volumi, efficace per le esigenze depurative con schemi di terapia flessibili e meno impegnativa per la vita sociale e lavorativa del paziente.
Inoltre la dialisi peritoneale, presenta aspetti che la fanno preferire all’emodialisi in quanto:
Sebbene l’atteggiamento più idoneo sia pertanto quello di non procrastinare l’inizio della dialisi oltre l’insorgenza di una sintomatologia clinica, i fattori limitanti lo sviluppo di un approccio precoce ed incrementale dell’uremia con la DP sono ancora diversi.
Sarebbe utile, nella discussione sulla dialisi peritoneale incrementale, come uno dei topics del Convegno, riunire le varie esperienze e dare risposte sulla
Dialisi incrementale non è dialisi precoce. L’inizio del trattamento è “obbligatorio” quando GFR < 6 ml/min ed il Kt/V target minimo, iniziato il trattamento dialitico, è di 1,7 U/sett. Poichè Kt/V target = (Kt/V rene + Kt/V dialisi) l’approccio incrementale è quello “naturale” a meno di non considerare la FRR inferiore alla dialisi !!! Dal momento che 1 ml/min di GFR è uguale ad un Kt/V di 0,2 U/sett e 1 scambio in CAPD è uguale ad un Kt/V di 0,4 U/sett l’approccio incrementale è semplice e comporta “full dialysis” per le medie molecole e, con le icodestrine, una UF adeguata anche con soli 2 scambi. Poiché nonostante ciò l’approccio incrementale riguarda poco più del 10% dei pazienti in circa ¼ dei centri (Censimento GSDP 2005) ben ne venga una ampia discussione in Convegno.